PERSEO
di Annalisa Ronchii

Perseo, Surwar al-Kavahib al-Thabita Parigi, Biblioteca nazionale (Ms Arabe 5036)
Perseo, Surwar al-Kavahib al-Thabita
Parigi, Biblioteca nazionale (Ms Arabe 5036)

Il mito di Perseo è uno dei più ricchi e articolati della letteratura greca in cui si ritrovano i molti sentimenti che smuovono l’animo umano: coraggio, amore, rabbia, vanità…

Tutto ha inizio con Zeus. Fra le tante conquiste del re degli dei, con le incredibili trasformazioni alle quali il dio era costretto per sfuggire al controllo della gelosissima (e a ragione…) moglie Era, una delle più suggestive è quella riguardante la bellissima Danae, figlia di Acrisio, re di Argo.

Ad Acrisio un oracolo aveva predetto una sventurata morte per mano di un nipote così, pensando di ingannare il fato, pensò bene di impedire all’unica figlia di sposarsi, rinchiudendola in una prigione sotterranea (in un’altra versione in una torre di bronzo), per essere sicuro che non avesse mai l’occasione di incontrare un uomo.

Zeus, che non aspettava altro che dar prova della sua versatilità, si trasformò in una pioggia d’oro che penetrando tra le inferiate della prigione, cadde sensuale sul grembo della fanciulla, possedendola con palpitante tenerezza.

Da quell’incontro nascerà Perseo.

Quando i vagiti del neonato giunsero alle orecchie del re, testimoniando che il temuto nipote era alla fine arrivato nonostante tutte le precauzioni, fu preso dal terrore. Non riuscendo a decidere se uccidere figlia e nipote o lasciarli vivere, il re scaraventò in mare madre e neonato chiusi in una cassa galleggiante, lasciando alla natura di decidere le modalità della morte dei due: annegati o di stenti.

Zeus, che per fortuna vegliava su di loro, chiese a Poseidone di placare onde e venti e di far impigliare la cassa nella rete di un pescatore dell’isola di Serifo. In un’altra versione sono due Oceanine, Dori e Teti, che spingono pietosamente la cesta nelle reti. In ogni caso, Danae e il figlio vengono raccolti da un pescatore di nome Ditti, il quale si prese cura di loro e li condusse nella propria casa, dove Perseo venne cresciuto come un figlio. Il giovane cresceva così bello e forte che gli abitanti di Serifo cominciarono ben presto ad attribuirgli origini regali o addirittura divine. Eccelleva negli sport e nella lotta, cresceva forte e indomito, con la mente rivolta ad imprese valorose che l’avrebbero consacrato ad una gloria da eroe. Atena era l’ispiratrice dei suoi sogni, inducendolo a desiderare una vita piena dei rischi più impervi piuttosto che la tranquilla sicurezza ingloriosa.

Non dovette aspettare molto.

Ditti, il padre adottivo, aveva un fratello, che era poi il sovrano dell’isola, dal nome Polidette e dall’animo gretto e prepotente.

Polidette si era invaghito di Danae e voleva costringerla a diventare sua moglie. Danae non riteneva però che una simile persona fosse degna di chi un giorno era stata amata da un dio, e continuò a dedicarsi anima e corpo al figlio. Polidette, astutamente, pensò bene di liberarsi dell’intralcio che proteggeva l’onore della madre, incaricando Perseo di una impresa praticamente impossibile, dalla quale anche l’uomo più ardito e provetto sarebbe difficilmente uscito vivo.

In quel tempo uno dei pericoli maggiormente temuti erano le Gorgoni, le figlie di Forcide e Ceto, i cui nomi erano Euriale (“che salta lontano”), Stenno (“forza”) e Medusa (“sovrana”). Atena aveva deciso di punirle per un oltraggio alla sua divina persona, così aveva trasformato i loro capelli in un nido di vipere che si torcevano continuamente in modo orribile oltre a fornirle di ali, mani di bronzo ed uno sguardo capace di pietrificare chiunque. Euriale e Stenno erano immortali, Medusa no ed era questo il compito assegnato a Perseo: uccidere Medusa.

In realtà, secondo Ovidio nelle Metamorfosi, Medusa non aveva oltraggiato di sua spontanea volontà la dea. Era una ragazza bellissima e con numerosi pretendenti, ma un brutto giorno il dio dalla chioma azzurrina Poseidone la violentò all’interno del tempio di Atena. La dea, anziché prendersela con il colpevole, scaricò tutta la sua ira sulla fanciulla trasformandola nella Gorgone per antonomasia, convogliando in sé tutto l’orrore suscitato dal nome ed il terrore della sua immagine.

La dea Atena era apparsa al giovane Perseo circonfusa di luminosa maestà, accompagnata dal fratello Ermes, e insieme avevano fatto al ragazzo alcuni doni magici, perché « Senza l’aiuto degli dei neppure l’uomo più impavido è in grado di affrontare un avversario di tal fatta» aveva detto Atena.

Ermes aveva cinto il giovane della sua spada ricurva in grado di penetrare qualunque materiale, e aveva messo ai suoi piedi i calzari alati affinché potesse spostarsi velocemente ovunque. Dal regno di Plutone inoltre gli giungeva un elmo che rendeva invisibile chi lo indossava. Atena gli aveva dato il suo scudo levigato, insegnandogli ad usarlo come uno specchio, così da poter colpire Medusa senza guardarla direttamente. La dea gli aveva dato inoltre una sacca di pelle di capra dove nascondere la testa decapitata della Gorgone, avvertendolo che l’orrendo trofeo avrebbe conservato il suo potere per sempre.

Così equipaggiato partì alla volta del ghiacciaio nord, alla ricerca delle Graie, sorelle delle Gorgoni, le uniche che avrebbero potuto rivelare il nascondiglio di Medusa.

Levandosi in volo dalle rupi dell’isola di Serifo, Perseo volò spedito verso quella distesa di neve, nebbia e ghiaccio dove nessun uomo potrebbe vivere. Qui, all’estremo limite del mare Iperboreo, trovò le tre Graie (Dino,Enio e Pefredo) addossate le une alle altre in una massa informe che si confondeva con le nevi intorno. Coperte solo dai loro capelli grigi incrostati di brina, le tre vecchissime sorelle possedevano soltanto un occhio e un dente fra tutte e tre e, con le mani tremanti, li passavano l’una all’altra con gemiti e mormorii, alternandosi nel masticare fiocchi di neve (!) o nello scrutare attraverso le nebbie accecanti. Indossato l’elmo, Perseo si avvicinò invisibile alle tre e con una rapida azione si impadronì del loro unico occhio mentre, allarmate dall’udire i passi che si avvicinavano, discutevano animatamente per decidere chi dovesse indossare il prezioso occhio e scoprire così quale essere osasse avventurarsi in quelle distese sperdute.

«Ditemi quale strada devo seguire per arrivare alle Gorgoni, altrimenti mi prenderò anche il vostro dente e vi lascierò morire di fame in questa distesa selvaggia».

Le Graie si abbandonarono ad orribili grida, intimando con minacce e maledizioni al misterioso invasore di restituire subito l’occhio, ma infine cedettero, borbottando vaghe indicazioni sulla strada per l’isola delle Gorgoni. Ringraziandole per l’aiuto, il giovane restituì il maltolto. Le tre non poterono vedere Perseo dal momento che era già volato via prima che esse potessero volgere le loro deboli teste, rigide come blocchi di ghiaccio.

Volando verso sud, vide ghiacci e nebbie cedere il posto a distese verdeggianti e a fitte foreste, mentre il mare luccicava sotto un cielo luminoso. L’aria intorno a lui si faceva più calda mentre giungeva dall’altra parte del mondo, fino ad un grande oceano. Qui, seguendo una rotta stabilita in base alla posizione di sole e stelle, cercò l’isola che ospitava le tre sorelle, dove vivevano circondate dalle statue degli uomini e degli animali che il loro sguardo aveva trasformato in pietra.

Trovò le tre Gorgoni addormentate, con Medusa nel mezzo. Perseo si avvicinò camminando all’indietro, con lo scudo di Atena portato nel modo suggerito dalla dea, in modo che rispecchiasse la mostruosa figura, con il groviglio di di serpi che non smettevano di muoversi nemmeno durante il sonno. L’aspetto di Medusa era terrificante, il corpo era rivestito di scaglie ripugnanti e di piume di bronzo, gli arti terminavano con spaventosi artigli e dalla bocca semiaperta si scorgevano i denti velenosi e la lingua biforcuta da serpente.

Prendendo la mira attraverso l’immagine riflessa nello scudo, Perseo colpì e con un solo colpo staccò di netto la testa del mostro.

Dal sangue scaturito dalla ferita nacquero Pegaso ed il fratello Crisaore.

“Dal sangue materno balzarono il veloce Pegaso alato e suo fratello” [Ovidio, Metamorfos]

“E quando a lei Perseo dal collo recise la testa,
il grande ne balzò Crisaore, e Pegaso”
[Esiodo,Teogonia]

Pegaso è una delle costellazioni maggiori meglio conosciute, tanto che il Grande Quadrato del Pegaso, che culmina alle 22 del 15 ottobre, è una delle prime cose che un principiante impara a riconoscere. È costituito da b (beta), Scheat, una gigante rossa distante 180 anni luce; a (alfa) Markab, una stella bianco-azzurra distante 100 anni luce; g (gamma) Algenib, una stella bianco-azzurra distante 490 anni luce; la quarta stella del Quadrato è Sirrah, una stella bianco-azzurra distante 105 anni luce, anticamente era definita d (delta) Pegasi ma oggi è assegnata alla costellazione di Andromeda come a (alfa) Andromedae.

Al telescopio Pegasus rivela molte doppie interessanti, numerose galassie e M15 (NGC 7078 ). È un brillante ammasso globulare distante 50.000 anni luce, una grande sfera di stelle che aumenta rapidamente di luminosità andando verso il centro. Poiché è una potente sorgente di raggi X, gli astronomi ritengono che nel centro possa esserci un buco nero che inghiotte le stelle vicine. M15 è il solo ammasso stellare finora conosciuto che contenga una nebulosa planetaria, Pease 15.

Una curiosità: intorno a 51 Pegasi nel 1995 è stato scoperto il primo pianeta extrasolare, che presenta un periodo di rivoluzione di 4,3 giorni.

Quindi facendo attenzione a non incrociare lo sguardo di quella testa divelta, Perseo la ripose nella sua sacca di pelle e si levò in volo lanciando un grido di trionfo che destò le altre due Gorgoni che, trovando il corpo senza vita della sorella, dispiegarono le loro immense ali di uccelli rapaci e si gettarono verso Perseo con i loro artigli. Ma il giovane, reso invisibile dall’elmo di Poseidone, si sottrasse alla loro furia. In fondo non c’era altro modo visto che, al contrario di Medusa, Euriale e Steno non potevano essere sconfitte da un mortale.

Alcune gocce di sangue della Gorgone colarono sulla sabbia rovente di un deserto sterminato dando vita a tutta una progenie di scorpioni e serpenti velenosi, che da allora popolano quelle distese solo apparentemente sterili.

Colonne di sabbia vorticosa si alzavano ad indicare dove le furiose Gorgoni stessero dando la caccia al giovane, ma invano poiché, protetto dall’invisibilità, il giovane volava sempre sopra di loro.

Ma ora lasciamo Perseo alle sue avventure ed andiamo in Etiopia, dove la vanitosa Cassiopea, moglie di Cefeo re degli Etiopi si stava lisciando i lunghi capelli crespi. Mentre si dedicava alla sua attività preferita, ammirarsi allo specchio, boriosamente osò vantarsi di superare in bellezza le Nereidi dai verdi capelli, le cinquanta ninfe del mare figlie di Nereo, aiutanti di Poseidone.

Esiodo cantò di loro nel suo “Teogonia”, dove, della loro madre Doride, figlia di Oceano e della titanessa Teti, dice che era famosissima per gli splendidi capelli, quindi Cassiopea poteva difficilmente vantare attributi eguagliabili all’Oceanina, ecco il brano (vv. 240-264) con l’elenco degli incredibili nomi delle cinquanta ninfe:

E nacquer da Nerèo, nel ponto dove mai si miete,
altre piacevoli Dee, cui madre fu Doride, prole
d”Ocèano eccelso fiume, famosa per la bella chioma:
Prima, reginadeiventi, Salvezza, Bonaccia, Anfitrite,
Tetide, Donibella, Velocesuiflutti, Azzurrina,
Grotta la snella, Fiorente l’amabile, Metadisguardi,
Bellavittoria dal braccio di rose, Dilettodeicuori,
Tuttadimiele vezzosa, Rifugiodeiporti, Miranda,
Regala, Solcalonda, Munifica, Regnasuicapi,
Isolabella, Spiaggia, Potenza, la braccia di rose
Mentemaretta e Corresuivortici tutta dolcezza,
Doride, Girapupilla, la dolce a veder Galatea,
e Frenalonde che i flutti del mare cosperso di nebbia
agevolmente, e i soffi del vento gagliardo raffrena,
con Anfitrite dai vaghi malleoli, con Placamarosi,
Maretta e Riva bellacorona, e Signoradelmare,
e Glaucanorma amica del riso, e Travalicaponto,
e Pianastesa, e Belladistesa, e Signoradigenti,
e Multimpera, e Scioglidaitriboli, e Liberidea,
Giuradinò, bellezza immune da pecca, ed Arena
Di graziose membra, Menippe divina, Isolina,
e Buonarotta, Prudenza, Giustizia ed Immunedainganno,
che uguale è per finezza di mente, al suo padre immortale.
Queste le figlie sono di Nerèo immune da pecche:
sono cinquanta, esperte fanciulle nell’opere egregie.

Nel cielo la vanitosa regina Cassiopea è raffigurata seduta sul trono. Questa costellazione è facilmente identificabile per la caratteristica disposizione a W (o a M) delle sue cinque stelle più brillanti: a (alfa) Schedar è una gigante gialla distante 120 anni luce; b (beta) Caph è una stella bianca distante 42 anni luce; g (gamma) Cih, distante 780 anni luce, è una gigante blu variabile del tipo chiamato stella con inviluppo esteso (shell star); s (sigma) Ruchbah, è una doppia con componenti di colore verde e azzurro distante 1.300 anni luce; e (epsilon) è una gigante blu distante 520 anni luce.

Grazie alla posizione settentrionale, la costellazione è circumpolare per tutti gli osservatori a nord della latitudine +30°, e culmina alle 22 del 10 novembre. Vicino alla stella k (kappa) si verificò la famosa esplosione di supernova del 1572 osservata da Tycho Brahe. I resti di questa supernova costituiscono ora una radiosorgente distante 20.000 anni luce. I resti di un’altra supernova esplosa intorno al 1660 costituiscono la radiosorgente più forte di tutto il cielo, Cassiopeia A, distante 10.000 anni luce e vicina all’ammasso M52.

La costellazione del Cefeo possiede numerose stelle sufficientemente luminose disposte a formare una figura facilmente identificabile e, sebbene non contenga nebulose o ammassi stellari particolarmente spettacolari, abbonda di stelle doppie e variabili, compresa la celebre d (delta), prototipo delle variabili cefeidi e usata come campione di luminosità per calcolare la distanza degli oggetti celesti. Le fluttuazioni della quantità di luce emessa da questa stella furono scoperte nel 1784 dall’astronomo inglese dilettante John Goodricke, un sordomuto morto nel 1786 a soli 21 anni.

Le Nereidi (le più famose erano Anfitrite, moglie di Poseidone, e Teti, madre di Achille) erano tutte buone e carine, ma se qualcuno arrivava al punto di offenderle…

Chiesero perciò al possente Poseidone un’esemplare punizione per la presuntuosa regina.

Il dio si incollerì per il torto subito dalla moglie e dalle sue sorelle, ascoltò la loro preghiera e per prima cosa devastò le coste del paese con una spaventosa inondazione, poi aggiunse la ciliegina sulla torta con la creazione di un terrificante mostro marino che distruggeva ogni cosa ed uccideva gli abitanti dei villaggi costieri.

Il re Cefeo disorientato, si rivolse all’oracolo del dio Ammone, che “esercitava” sulle rive libanesi, in quale suggerì l’unico rimedio possibile: il sacrificio della figlia Andromeda.

Andromeda in cielo è visibile con le braccia allargate in un gesto di supplica, piegata di lato con il capo sull’angolo superiore del quadrato del Pegaso e con i piedi vicino a Perseo. L’oggetto che più la contraddistingue è la grande galassia spirale M31 detta anche Galassia di Andromeda, posta nella parte settentrionale della figura. A occhio nudo appare come un confuso chicco di riso ma è il probabilmente il più lontano oggetto visibile ad occhio nudo, dista infatti da noi 2,3 milioni di anni luce. Questa galassia è considerata una sorta di gemella, ma un po’ più grande, della nostra Galassia, la Via Lattea ed insieme rappresentano i corpi più grandi dell’Ammasso Locale.

 

LE DUE STORIE SI INCROCIANO

Allontanatosi finalmente dalle due Gorgoni, Perseo volava lentamente godendosi ogni attimo di quel viaggio straordinario. Quando ebbe sorpassato le distese desertiche e le verdi rive del Nilo eccolo giungere alle terre etiopi.

Sulla spiaggia, legata saldamente con robuste catene ad una roccia scura, vide una fanciulla immobile, bruciata dal sole. Se non fosse stato per le lacrime che le rigavano il volto, avrebbe creduto che fosse morta. Dopo che si fu avvicinato, la ragazza affermò di essere Andromeda, e di essere stata scelta come oggetto di sacrificio per salvare l’intera nazione dall’ira degli dei a causa della avventatezza della madre.

Ma ecco che il mostro sorse dagli abissi marini e Perseo, turbato dalla bellezza della fanciulla non meno che dal suo dolore, decise di sconfiggere il drago. Dopo aver rivolto qualche parola di incoraggiamento ad Andromeda, l’eroe si preparò al combattimento.

Spezzò le catene con la spada di Ermes e la giovinetta riprese animo, convinta che un dio o un figlio di dio era giunta per salvarla, ma il suo grido emesso alla vista dal mostro era giunto ai genitori e a tutta la folla che si preparava ad assistere alla sua fine cruenta.

Il mostro avanzava tagliando le onde come una veloce imbarcazione.

“Ecco come la nave dal rostro sporgente, mossa dai muscoli tesi di giovani marinai scivola veloce sull’acqua, così il mostro fendendo le onde con l’urto del petto…” [Ovidio, Metamorfosi]

 

Il mostro che minacciò di divorare Andromeda è rappresentato dalla costellazione di Cetus, la balena, che culmina alle ore 22 del 1° novembre e la cui estensione ne fa la quarta costellazione più grande, ma presenta anche una debole luminosità. Per chi osserva con il telescopio, può essere interessante osservare un buon numero di stelle doppie e multiple, un’interessante nebulosa planetaria e una certa quantità di galassie. Di Cetus fa parte anche Mira, o (omicron), la “meravigliosa”, distante 820 anni luce è il prototipo di una famosa classe di giganti rosse variabili a lungo periodo. La sua variabilità, nota dal 1596 grazie all’astronomo olandese David Fabricius, la fa oscillare tra magnitudine 3 e 9 con un periodo medio di 331 giorni, nel quale la stella cambia dimensioni e colore (e quindi temperatura).

Perseo appoggiò il sacco contenente la testa di Medusa e il sangue giunse su alcuni ciuffi di alghe, pietrificandoli all’istante in rami di corallo, quindi si alzò in volo e scendendo in picchiata come una maestosa aquila perforò il gigantesco collo con la sua lama. Il mostro ruggente si dimenò, cercando di liberarsi, di catturarlo, di dilaniarlo tra le sue fauci ma la lama tornò ad infierire. Quando la lotta fu terminata, Cefeo e la sconsiderata Cassiopea scesero alla spiaggia per vedere cosa era accaduto. Qui trovarono Andromeda spaventata ma incolume, e Perseo che ripuliva la spada e il corpo del mostro che affiorava dalle acque arrossate dal suo sangue. Per ringraziare Perseo, il re acconsentì alle nozze con la figlia oltre a giungere ad offrirgli tutto il regno.

Ma il banchetto di nozze venne interrotto da un fragore di armi: nella sala fece irruzione Fineo, precedente promesso sposo di Andromeda, spalleggiato da un gruppo di guerrieri.

Affermando che uno straniero non poteva sposare la principessa, fu sostenuto anche da molti convitati. Fineo scagliò la sua lancia, che si conficcò vibrando vicino a Perseo, il quale si era lanciato a difendere la sposa con il suo scudo. In pochi minuti il salone si trasformò in un campo di battaglia e i canti nuziali lasciarono il posto al clangore delle armi, e invece che lo scorrere del vino ecco il sangue. Gli uomini e gli spalleggiatori di Fineo erano così numerosi che i fedeli del re riuscivano a stento a tenerli a bada.

Fino a che Perseo: «Che tutti gli amici distolgano lo sguardo»

Con questo avvertimento estrasse dalla sacca la testa di Medusa e tutti i nemici vennero mutati in pietra nelle stesse posizioni in cui erano stati sorpresi: chi brandendo la spada, chi lanciando una freccia e chi, come Fineo, chiedendo pietà in ginocchio.

Dopo questo, nessuno più disturbò il banchetto nuziale.

Perseo e Andromeda lasciarono il regno di Cefeo e tornarono a Serifo, giusto in tempo per scoprire che la situazione di Danae era notevolmente peggiorata: Polidette aveva continuato a perseguitarla con le sue malefiche richieste di matrimonio, tanto da averla costretta a rifugiarsi nel tempio di Atena.

Appena venuto a conoscenza di tali cose, Perseo letteralmente infuriato cercò il tiranno e lo trovò ubriaco nel bel mezzo di un festino insieme agli ubriaconi del suo seguito.

«Bentornato! Credevamo di non rivederti più! Hai con te la testa della Gorgone?» fu l’astiosa accoglienza di Polidette.

Come risposta Perseo mostrò il sanguinante trofeo, che immediatamente mutò i suoi dileggiatori in statue di pietra.

Il figlio di Danae consegnò l’isola all’assennato Ditti, poi restituì i magici amuleti agli dei, donando la testa di Medusa alla dea che lo aveva aiutato, Atena, affinché la mettesse come borchia sul suo scudo scintillante e servisse come una sorta di baluardo per la protezione degli innocenti dai sopprusi perpetrati ai loro danni.

 

EPILOGO DELLA STORIA DI PERSEO

Acrisio, che mai aveva dimenticato l’antica profezia, aveva seguito con sgomento le voci che parlavano del nipote e delle sue imprese eroiche, e quando seppe che stava arrivando ad Argo, pensò bene di fuggire a Larissa, in Tessaglia. Ma Perseo lo cercava non con astiose intenzioni malvagie ma per poter conoscere ed abbracciare l’unico parente vivente, insieme alla madre, che avesse al mondo.

Il giovane giunse a Larissa nel corso di una gara di giochi sportivi indetta dal re del luogo, alla quale Acrisio assisteva come spettatore.

Perseo decise di cimentarsi nelle gare e primeggiò facilmente sugli altri concorrenti, rendendo il proprio nome famoso nella città, tanto che giunse anche alle orecchie di Acrisio, che nuovamente terrorizzato si nascose. Ma il fato inevitabile era in agguato: durante la gara di lancio del disco si alzò repentino un forte vento proprio nel momento del lancio di Perseo, vento che fu sufficiente a deviare l’anello in direzione di Acrisio. L’urto fu tanto violento che uccise il vecchio re.

Con profondo dolore Perseo apprese di aver ucciso il proprio nonno e, dopo aver provveduto al seppellimento del corpo ed essersi lui stesso purificato con adeguati rituali dalla sua involontaria colpa, fece ritorno ad Argo, prendendo il posto che legittimamente gli spettava.

Di lì a poco fece in modo di barattare i suoi possedimenti con il vicino regno di Tirinto, e fondò in quella regione la grande città di Micene.

La costellazione del Perseo ci mostra l’eroe mentre tiene in mano la testa recisa di Medusa, rappresentata dalla stella Algol. Vicino a g (gamma) si trova il radiante delle meteore Perseidi, la più conosciuta pioggia meteorica dell’anno, intorno al 12 agosto. Tra a (alfa) e b (beta) si trova la radiosorgente Perseus A, associata alla galassia ellittica supergigante NGC 1275, che si trova al centro dell’ammasso di galassie di Perseo, distante 300 milioni di anni luce. In Perseo si trova anche NGC 1499, meglio conosciuta come “nebulosa California”, vista la somiglianza al profilo di questo stato. È una nebulosa a emissione posta a nord di x (xi) che probabilmente la illumina.

Le 4 stelle che ne compongono la testa (b, p, r, w, Persei) e che sono dette Gorgoneio, sono assorbite dalla Via Lattea. La più brillante è sicuramente b (beta), detta comunemente Caput Medusae o Algol.

Il mito greco, oltre che semplice racconto tramandato e magari ingigantito nel tempo, può essere anche interpretato in chiave meteorologica, dove le Gorgoni impersonificherebbero le nubi della tempesta provenienti da nord. L’unione di Medusa, nube della tempesta, con il dio del mare Poseidone, potrebbe raffigurare un terribile maremoto o una tempesta particolarmente furiosa. La successiva vittoria di Perseo indicherebbe il prevalere dell’eroe solare che uccide il demone della folgore e della tempesta (la calma dopo la tempesta). Gli antichi credevano che la folgore pietrificasse e in diversi scritti cabalistici le pietre che recano incisa la testa di Medusa hanno un valore apotropaico (dal greco aprotrópaios, allontanante ) contro la folgore, la tempesta e gli attacchi dei demoni. Si diceva che la città dell’Arcadia Tegea fosse imprendibile da quando era protetta da una ciocca di capelli di Medusa (E i serpenti?). E come sempre in ogni leggenda regna la dualità: buono e cattivo convivono, ogni goccia del sangue della Gorgone fu capace di uccidere o di guarire, creare o distruggere.

b Persei, Algol, distante da noi 95 anni luce, è la più celebre stella variabile del cielo. È una stella binaria a eclisse, in cui due stelle vicine si eclissano periodicamente l’un l’altra mentre orbitano attorno ad un baricentro comune. Le eclissi si verificano ogni 2,87 giorni e la magnitudine varia rapidamente da 2,2 a 3,5 per un periodo di dieci ore, prima di tornare al suo massimo. Questo fenomeno fu scoperto da Montanari alla fine del XVII secolo, dimostrato poi da John Goodricke jr. nel 1782 e riaffermato nei 1880 da Pickering.

La rapidità dell’azione dello sguardo e i bagliori degli occhi spalancati di Medusa potrebbero essere spiegati proprio dalle rapide variazioni di luminosità di Algol. Anticamente i nomadi libici chiamavano Gorgone un animale simile ad un montone selvatico, la cui chioma scendeva dalla fronte a coprire gli occhi, ma il cui sguardo poteva uccidere chiunque avesse guardato.

Algol, la stella principale della costellazione del Perseo, è presente in molte tradizioni popolari e sempre con la stessa valenza negativa. Se nella tradizione greca Algol è la testa della Medusa, gli arabi la chiamano al-Ghûl, quindi “lo spirito maligno”, “ il demone”.

Per Enoch, il patriarca biblico figlio di Iared e discendente di Set, questa stella è una testa umana dalla lunga barba, quindi non una testa femminile, con il collo macchiato di sangue.

Una leggenda magrebina (termine che derviva dall’arabo al-Maghrib e indica la maggior parte dell’Africa settentrionale) narra che Algol non è altro che una lampada che Fiore d’Amore ( Naûrat ash-shaq ), adorata e bellissima schiava dell’Orco al-Gol, aveva collocato nell’abbaino della sua caverna su consiglio di Perseo, suo fedele amante. L’Orco amava la ragazza che però, nonostante i doni e le carezze, non cedeva.

Fiore d’Amore gli faceva credere che la luce della lampada brillava solo per guidarlo nell’oscurità della notte, quando si accingeva a tornare dalla caccia, e che l’avrebbe smorzata poco a poco quando fosse entrato nella caverna. Quando la giovane innamorata vedeva tornare dalla caccia al-Gol, copriva successivamente con più veli la lanterna, fino ad eclissarla. La mancanza di luce avvertiva Perseo che l’Orco era in casa. Ma quando partiva, i veli venivano tolti uno ad uno per indicare via libera e i due amanti potevano di nuovo incontrarsi. Ma un giorno i due giovani furono sorpresi dal cacciatore, che li assalì e uccise la fanciulla ma fu a sua volta ucciso e decapitato da Perseo. Da allora, in cielo, l’eroe tiene nella mano, trattenuta per i capelli, la testa del mostro. E a perenne ricordo della sua amata, Perseo continua ad eclissare e a ravvivare la lanterna.

Nell’antica Cina, durante l’autunno, si eseguivano i processi e le sentenze capitali e i corpi dei criminali venivano gettati in una grande fossa comune poiché, essendo condannati a morte per supplizio e mutilazione, i loro corpi non potevano essere accolti all’interno dei cimiteri consacrati. Le costellazioni orientali erano completamente diverse da quelle che conosciamo sia come forma che come nome e l’asterismo composto dalle stelle k (kappa), 30, 32, w (omega), r (rho), 24, 17, 15 della figura del Perseo, contrassegnato nella sfera cinese da otto stelle rosse, ha nome Ta-ling, “la grande fossa”.

Se appare chiara e se molte stelle sono visibili al suo centro, vi saranno molti morti tra i feudatari, molte malattie e insurrezioni. Se sono visibili piccole stelle al suo centro, è indice di rincaro dei cereali e di malattie pestilenziali. Al centro di Ta-ling, nella sfera cinese è segnata una stella nera, che rappresenta da sola un asterisma, Tsì-chi, “i cadaveri ammucchiati” e corrisponde proprio alla nostra Algol. Essa rappresenta i cadaveri gettati nella fossa comune e se essa è chiara, i morti saranno numerosi come i granelli di sabbia.

 

PER FINIRE

Erodoto ci informa che un tempo i Persiani erano chiamati dai Greci Cefeni, mentre essi denominavano se stessi Artei (dal vocabolo persiano arta, “superiorità”, da cui i numerosi prefissi di nomi persiani come Artaserse, Artafrene,…).

Quando Perseo sposò Andromeda, ne ebbe un figlio (il primo, poiché la coppia fu molto prolifica, con un totale di sette figli) che fu chiamato Perse. Da Perse presero il nome i Persiani.

 

 

La cosa importante è progredire
E lottare vincendo a ogni istante,
laddove siamo. Questo è il punto
d’inizio per trasformare la propria vita.
Daisaku Ikeda

 

Monografia n.98-2004/3


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